Coronavirus, Cosenza: pronto soccorso a corto di personale

Da giorni i numeri hanno cambiato il corso dell’epidemia, con una narrazione diversa in una terra sovraccarica di storia dove la gente ha sofferto e lottato e qualcuno non ce l’ha fatta. Adesso, però, la curva del contagio non punta più verso il cielo e il suo andamento sembra raccontare un mondo finalmente cambiato, con meno gente che si ammala anche se rimane tanto dolore negli ospedali. Ed è proprio lì, nelle corsie che si teme un accumulo improvviso di disperazione, soprattutto nella prima linea della sanità pubblica locale. Il Pronto soccorso è sempre lo stesso luogo dove ristagna il sistema salute ai confini dell’Italia. E quello che si vede quotidianamente è ciò che è sopravvissuto ai piani di rientro lacrime e sangue voluti dalla politica per sanare bilanci praticamente insanabili (e l’inchiesta delle Fiamme gialle di ieri è la cartina di tornasole di un algoritmo che non ha mai funzionato). L’unico risultato che ha prodotto in realtà il commissariamento è stato lo smantellamento degli ospedali periferici, il taglio dei posti letto, la riduzione del personale in corsia anche all’“Annunziata”. Pochi medici, pochi infermieri e operatori sociosanitari che lottano giorno e notte contro il morbo ribelle e non solo. Nel pronto soccorso a corto di personale, con appena sette medici in servizio (sui 24 previsti in organico) si alzano, giorno e notte, gli argini per resistere all’avanzata del virus e per rispondere alle altre richieste con pazienti gravi e meno gravi.

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