Da Lamezia a Vienna la testimonianza sugli attentati in Austria

Vienna – “Sono ancora sotto shock, mi capita durante la giornata di avere dei vuoti di memoria e un senso di stanchezza che non mi lascia mai”, così Katharina P. racconta gli strascichi della brutta avventura vissuta da protagonista insieme al marito, durante l’ultimo attentato di matrice terroristica avvenuto a Vienna qualche giorno fa. Svizzera di origine, trapiantata in Austria da quattordici anni, Katharina è nota in Italia per il suo amore per gli animali, per aver dedicato parte della sua vita al volontariato attivo rivolto a sostenere i canili del sud. Con Lamezia ha un particolare legame, poiché frequenta regolarmente l’associazione Rifugio Fata onlus promuovendo insieme alle volontarie, programmi di recupero ed adozione dei randagi del territorio, anche al di fuori dei confini nazionali. “Lunedì scorso a Vienna era una serata insolitamente molto mite e molte persone, soprattutto tanti giovani, avevano deciso di trascorrere l’ultimo giorno di libertà prima del lockdown all’aria aperta, racconta ripercorrendo gli attimi prima dell’attentato. Anche io e mio marito avevamo dato appuntamento intorno alle 20 ad alcuni amici in questo ristorante del centro di Vienna, dove poi due persone, sedute ai tavoli esterni, hanno perso la vita. Per fortuna avevamo deciso di accomodarci nella sala interna, avevamo appena ordinato del vino quando all’improvviso abbiamo sentito un boato, il rumore di un vetro che si frantumava in mille pezzi. Ci siamo resi conto che si stesse trattando di un attacco armato perché immediatamente dopo si è sentito un rumore molto chiaro di proiettili. Qualcuno è impazzito, abbiamo pensato. Istintivamente ci siamo nascosti sotto il tavolo, mentre i camerieri avvisavano i clienti di trovare riparo”. Durante il racconto, Katharina ci tiene a spiegare che, nonostante la concitazione, tutti nel locale sono riusciti a mantenere la calma e la lucidità e a prendere decisioni ponderate. Guidati dal personale di sala, con gli spari che si sentivano sempre più in lontananza, uniti in gruppo si sono spostati ordinatamente per trovare riparo e ristoro nella cantina del ristorante. “Abbiamo attraversato la cucina, tutto era rovesciato a terra, c’erano vetri sparsi ovunque. Nonostante si sentisse la pistola sparare ormai a distanza, racconta ancora Katharina, non riuscivamo ad abbandonare l’idea che fosse scampato il pericolo, avevamo comunque il terrore che da un momento all’altro l’attentatore potesse rientrare e ucciderci tutti”. Nel tragitto Katharina, non smentisce il suo spirito animalista e riesce a trarre in salvo anche un cane allontanatosi dai padroni, terrorizzato dai forti rumori. “Il fatto che dovessi occuparmi anche del cane, è stato un bene, racconta, questo mi ha fatto rimanere presente a me stessa fino alla fine, non mi ha fatto perdere la lucidità”. Poi continua a ripercorrere gli attimi di quel brutto incubo: “una volta arrivati in cantina, al riparo, ci siamo sentiti sollevati: eravamo un gruppo di circa cinquanta persone, sobbalzavamo ad ogni rumore, ma nello stesso tempo ci facevamo forza sostenendoci a vicenda. In cantina era tutto organizzato, erano state predisposte bevande e si seguiva un ordine anche per usare una toilette improvvisata sul momento. Abbiamo trascorso li sotto circa quattro ore, finché non sono arrivate le forze dell’ordine. Per tutto quel tempo siamo stati completamente isolati telefonicamente: non sapevamo cosa stesse succedendo all’esterno, né potevamo avvisare i nostri familiari per comunicare di essere finalmente al sicuro, forse quest’ultimo è stato il pensiero peggiore”, confessa Katharina. L’attanagliava più di tutto l’angoscia di non poter avvisare le sue figlie, le quali sapevano stesse li, di essere riuscita a mettersi in salvo. Ad oggi, insieme al marito è ancora sotto shock, ma alla luce di tutta questa storia può affermare di sentirsi, ora più che mai, parte integrante della comunità austriaca, vicina al loro modo di vivere la vita, di affrontare le difficoltà con coraggio e coesione. Non esistono né da parte sua né da parte della sua famiglia parole di odio verso l’attentatore. “Crediamo fermamente nei programmi di riabilitazione di queste persone – afferma – dobbiamo comprendere ciò che hanno passato nella loro vita e il lavaggio del cervello che hanno subito da parte dell’organizzazione terroristica, pur condannando fermamente il loro gesto e ribadendo la necessità della certezza della pena al fine di tutelarci tutti”. Poi conclude con una celebre frase virgiliana che ben descrive il suo modo di essere.

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