Lamezia, la “vita” stravolta di piazza d’Armi: considerazioni di una docente

Lamezia Terme – Sulle condizioni attuali in cui versa l’ex Piazza d’Armi, ora Piazza Mazzini, interviene Enza Sirianni, insegnante di lettere ora in pensione, una delle persone che costituì il primo Comitato Piazza d’Armi nel gennaio 2010, quando dei cittadini, spontaneamente, si unirono per cercare di fermare la cosiddetta riqualificazione/stravolgimento dell’area, alla notizia dell’aggiudicazione dell’appalto dei lavori. Questo, racconta: “Perché sentimmo il bisogno di impedire ciò che, fin da allora, apparve come una mera cementificazione dei luoghi, facendo delle controproposte per preservare la storica villa, per valorizzare la massacrata Piazzetta Santa Maggiore, per salvare il commercio e tutta quell’ “umanità” che popolava il centro di Nicastro, raccogliendo circa 600 firme di cittadini presentate al sindaco con una lettera di accompagnamento? Per tutte le ragioni che nell’articolo del Cdu sono state sinteticamente esposte. Voglio aggiungere che per sensibilizzare la cittadinanza sulla “questione” Piazza d’Armi, noi del comitato aprimmo una pagina su facebook, frequentatissima dai lametini vicini e lontani, quasi tutti preoccupati per quello che si voleva realizzare. I pochi che plaudivano alle magnifiche sorti progressive dell’area riqualificata, auspicando l’allontanamento di gruppi di emarginati che là avevano ritrovo, furono smentiti immantinente. Per l’insegnante: “Non ci voleva l’indovino per capire come sarebbe andata a finire nel momento in cui, un progetto di riqualificazione, oltre a calpestare la memoria storica (basti guardare il manufatto della zona ex forge che è un doloroso pugno nello stomaco) ignora le forme già esistenti e quelle future di aggregazione e di socialità urbana. Quando si “obbliga”” di fatto i commercianti a chiudere o a trasferirsi altrove, strozzando il tessuto economico dell’agorà che aggrega, porta gente, cittadini, forestieri, crea occasioni di incontro, facendosi, di fatto, custode dei luoghi. Quando non si ci cura di chi in essi ci vive, dei residenti, costretti, nel caso di specie, a chiudersi in casa al calare delle ombre della sera, per paura di quanto accade fuori. Chiaro che Piazza d’Armi / Mazzini, tra l’altro male illuminata, rimasta sola e spopolata, sia alla mercé di sbandati che ne fanno ciò che vogliono. Si pensi, a parte gli ultimi episodi riportati dalla cronaca locale, che dei senza fissa dimora, sono arrivati a dormire, di notte, nel bruco del minuscolo parco giochi ricavato nella ex villa, accanto alla cabina ad alta tensione dell’Enel. Questi aspetti, ripeto, sono stati messi in rilevo dall’intervento del Nuovo Cdu, a firma di Giancarlo Muraca e Giuseppe Muraca, rispettivamente coordinatore cittadino e presidente del partito. Nella nota è detto quasi tutto riguardo alla storia di questa piazza e dell’altra ad essa attaccata, cioè piazzetta Santa Maria Maggiore. Ringrazio davvero di cuore chi, come questi miei due concittadini, non si è girato dall’altra parte, dicendo come stanno le cose oggi, a distanza di un decennio ormai dall’intervento che ha cambiato in peggio l’area e a sette anni dalla sua inaugurazione. Posso aggiungere poco a quanto è stato pregevolmente osservato dai politici del suddetto partito”. “Tuttavia, rimarca, mi corre l’obbligo di fare alcune precisazioni, visto che sono stata in prima linea nella vicenda che ha riguardato lo stravolgimento di questa zona della città. Non voglio annoiare il lettore facendo tutta la cronistoria: dal concorso iniziale di idee, alla presentazione dei due progetti nel complesso monumentale di San Domenico, alle modifiche apportate agli stessi prima, all’atto dell’esecuzione e durante i lavori, con interruzioni per questioni che conoscono i responsabili del progetto esecutivo, alle inaugurazioni (due: la prima quando la piazza era ancora un cantiere e incompleta, l’altra alla conclusione dell’opera) Mi voglio solo soffermare su un aspetto non irrilevante di questa triste vicenda. Non ci sono colpevoli? Nessuno intende fare processi. Ma che ci siano gli artefici di tutto questo disastro è indubitabile, con nomi e cognomi. Si tratta della giunta dell’allora sindaco Gianni Speranza (per la durata dei due mandati e rimpasti) con i suoi assessori all’urbanistica, prima Andrea Iovene, poi Rosario Piccioni. Ovviamente ci sono altri nomi che facevano parte della giunta e che, per i loro specifici ruoli, hanno apposto firme per dare l’avvio ai lavori della piazza con un impegno di spesa di due milioni e mezzo di euro. E ci sono i nomi dei dirigenti interessati, in quanto responsabili dell’esecuzione del progetto e dei lavori. Se si vuole avere notizie più esatte, con un po’ di tempo e pazienza, si può sapere il nome delle ditte che si aggiudicarono l’appalto e il subappalto. E ancora di più, quanto fu speso, per esempio, per acquisire aree e immobili da espropriare e se ciò fu portato a termine a beneficio della comunità. Occorre ricordare che il Comune si finanziò dalla Cassa Depositi e prestiti e che i milioni di euro spesi sono stati restituiti con i contributi pagati dai lametini, se il mutuo è stato estinto. Certamente erano buone le intenzioni di chi ha voluto la riqualificazione ad ogni costo, ignorando appelli, petizioni, proposte, i vari articoli sui giornali, prese di posizione di consiglieri dell’opposizione come l’on. Mario Magno. Sicuramente mancò l’ascolto, l’umiltà di sentire e raccogliere le ragioni dei cittadini contrari. Indubbiamente la bruttezza della “trasformazione”, al di là dell’assenza di un’idea precisa del futuro urbano/sociale della piazza, fu evidente subito. Nessuno ha chiesto scusa per i risultati e le conseguenze, sotto gli occhi di tutti, ai cittadini di Lamezia. Riconoscere di avere sbagliato, pubblicamente, non è una debolezza ma un punto di onore”.

Sul tema della memoria, continua: “nell’approssimarsi del Giorno mondiale più famoso dedicato ad essa, sono stati scritti “trattati”. Pertanto sarebbe ridondante e non richiesto infarcire discorsetti sulla sua importanza e sul suo valore, ancorché indispensabile in un tempo di tragiche smemoratezze. A me, umilmente, con questa mia lettera, preme sottolineare che la memoria non è un ammasso indistinto in cui stanno vite di uomini e donne perché, se così fosse, le sue celebrazioni sarebbero inutile retorica. Dentro essa ci sono storie “anonime”, preziose per l’irripetibilità delle vite di ognuno di noi, e ci sono coloro che si sono resi protagonisti di vicende, nel bene e nel male, che vanno a confluire nella grande storia, nella storia locale, nella microstoria. Non dimenticare non significa serbare rancore, vendicarsi o glorificare per un giorno. Significa avere punti fermi, conclude, per ricostruire in meglio, sottraendo all’oblio ciò che vale, che è sedimentazione di storia, storie (mi scuso per il termine ripetuto), identità, con l’apertura costante ad accogliere il nuovo e il plurale come hanno saputo fare i calabresi fin dall’antichità”.