Lamezia: vittime e stragi di mafia nel libro di Silvia Camerino “Un giorno questa terra sarà bellissima”

Lamezia Terme – È un racconto corale il libro di Silvia Camerino “Un giorno questa terra sarà bellissima”, Talos Edizioni, che prendendo spunto da una frase celebre di Paolo Borsellino e dalla sua tragica scomparsa, mette insieme interviste e testimonianze di chi la mafia l’ha presa di petto, per volontà o per destino, o magari entrambe le cose. E in un racconto corale si è trasformata anche la presentazione che oggi l’ha visto protagonista a Palazzo Nicotera, organizzata dall’Associazione Glicine e inscritta nella manifestazione “Ciak, ripartiamo da Lamezia” fortemente voluta dall’assessore alla cultura Giorgia Gargano, presente alla serata. Sono infatti moltissimi gli amici e i compagni di viaggio che l’autrice, studentessa di Giurisprudenza di origini siciliane e aspirante Magistrato, ha incontrato lungo il percorso verso la bellezza di cui Borsellino parlava – una bellezza che è pienezza, completezza e armonia, per una terra ancora in cammino – e tanti erano presenti a Lamezia questa sera a portare la propria testimonianza: la bergamasca Giovanna Pedroni, trasferitasi a Palermo per diventare volontaria della “Casa di Paolo” centro che si occupa di offrire doposcuola e accoglienza ai ragazzi che vivono la strada; Stefania Tramonte, figlia di Francesco Tramonte, che con Pasquale Cristiano fu ucciso barbaramente nell’adempimento del proprio lavoro in un delitto che rimane ancora senza colpevoli; Ferdinando Donà, che perse nella strage di viale Lazio il padre operaio, tornato in quel momento sul luogo di lavoro a chiedere un anticipo per poter tornare a casa e portare il pane, ma scambiato a lungo dalla gente per un colluso; e ancora don Vittorio Dattilo, sacerdote lametino da sempre impegnato nel sociale e nella lotta contro la cultura mafiosa, uno dei primi a rifiutarsi di condurre processioni, se non in casi particolari, per non alimentarla in un contesto già fragile e per toglierle il supporto di quel “devozionismo pagano” di cui facilmente si nutre e che toglie alla fede qualsiasi autentico significato. Queste storie si intrecciano tutte alla perfezione con quella di Silvia, che leggendo libri di mafia si innamora del concetto di giustizia e arriva a contattare via mail Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, che le insegna a chiamare per nome quello che per lei era solo “il giudice”, e che improvvisamente diventa padre, fratello, amico dei giovani e dei bambini, le prime vittime disconosciute del potere mafioso. Perché in fondo tutti i testimoni del libro sono bambini: bambini feriti negli affetti più profondi, bambini che hanno sognato e che sognano un futuro diverso, bambini che hanno cercato e che cercano ancora la verità. “In questo momento ci troviamo ancora nell’anticamera della verità, che è stata un’altra vittima di queste stragi, perché proprio attraverso queste stragi è stata vilipesa”, dice l’autrice riferendosi anche all’agenda rossa mai ritrovata di Paolo Borsellino: “Dobbiamo portare sempre in tasca il sogno della giustizia, insieme ai volti di coloro che per la giustizia sono caduti”.