Ventisei anni dall’uccisione del piccolo Nicholas Green, il papà: “L’Italia modifichi legge su trapianti”

Reggio Calabria – Sono trascorsi 26 anni da quel giorno in cui Nicholas Green a sette anni fu colpito alla testa da un proiettile mentre viaggiava insieme alla famiglia in direzione della Sicilia. Sulla Salerno-Reggio Calabria, all’altezza di Vibo, l’auto fu scambiata per quella di un gioielliere da alcuni rapinatori che tentarono un furto, esplodendo colpi di pistola. Colpito alla testa mentre dormiva sul sedile posteriore, Nicholas fu ricoverato al centro neurochirurgico del Policlinico di Messina, dove morì pochi giorni dopo, il 1º ottobre 1994. La famiglia Green, originaria degli Stati Uniti e in Italia per un viaggio, riuscì a trasformare questa grande tragedia in un atto di amore. Il papà e la mamma, Reginald e Margaret, autorizzarono infatti il prelievo e la donazione degli organi: ne beneficiarono sette italiani, di cui tre adolescenti e due adulti, mentre altri due riceventi riacquistarono la vista grazie al trapianto delle cornee. Un gesto, quello della donazione, che all’epoca suscitò ammirazione in un’Italia ancora acerba sul terreno della donazione degli organi. E ancora oggi, a distanza di tanti anni, la famiglia Green prosegue la sua battaglia per sensibilizzare l’Italia in particolare sull’importanza della donazione. In una lettera inviata al Corriere della Sera, papà Reginald scuote la comunità italiana: “L’Italia è sul punto di approvare un enorme cambiamento su come le famiglie dei donatori di organi e i loro riceventi vengono trattati. Negli Stati Uniti decine di migliaia di famiglie coinvolte in un trapianto si sono scritte e anche incontrate e questo nella maggior parte dei casi ha contribuito ad accrescere la felicità e la salute di entrambe le parti”. “Questa battaglia si può e si deve portare avanti”, la risposta del viceministro alla Salute, Pierpaolo Sileri.